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CLELIA CLELIA GIUSEPPE GARIBALDI GLI EDITORI Fratelli Rechiedei Milano 1870 CAPITOLO I CLELIA CAPITOLO II ATTILIO CAPITOLO III LA CONGIURA CAPITOLO IV I TRECENTO CAPITOLO V L'INFANTICIDIO CAPITOLO VI L'ARRESTO CAPITOLO VII IL LEGATO CAPITOLO VIII IL MENDICO CAPITOLO IX LA LIBERAZIONE CAPITOLO X L'ORFANA CAPITOLO XI IL RICOVERO CAPITOLO XII LA SUPPLICA CAPITOLO XIII LA BELLA STRANIERA CAPITOLO XIV SICCIO CAPITOLO XV IL PALAZZO CORSINI CAPITOLO XVI LA TRIADE CAPITOLO XVII LA GIUSTIZIA CAPITOLO XVIII L'ESILIO CAPITOLO XIX LE TERME DI CARACALLA CAPITOLO XX ALLE TERME CAPITOLO XXI IL TRADITORE CAPITOLO XXII LA TORTURA CAPITOLO XXIII I BRIGANTI CAPITOLO XXIV IL LIBERATORE CAPITOLO XXV LO YACHT CAPITOLO XXVI LA TEMPESTA CAPITOLO XXVII IL DESERTO CAPITOLO XXVIII LA RITIRATA CAPITOLO XXIX LA FORESTA CAPITOLO XXX IL CASTELLO CAPITOLO XXXI LA BELLA IRENE CAPITOLO XXXII GASPARO CAPITOLO XXXIII LA SCOPERTA CAPITOLO XXXIV L'ASSALTO CAPITOLO XXXV UN ACQUISTO PREZIOSO CAPITOLO XXXVI IL MIGLIORAMENTO UMANO CAPITOLO XXXVII I SOTTERRANEI CAPITOLO XXXVIII L'ANTIQUARIO CAPITOLO XXXIX L'ESERCITO ROMANO CAPITOLO XL IL MATRIMONIO CAPITOLO XLI IL BATTESIMO CAPITOLO XLII LA SOLITARIA CAPITOLO XLIII IL SOLITARIO CAPITOLO XLIV IL 30 APRILE CAPITOLO XLV LA PUGNA CAPITOLO XLVI LA QUERCIA ANTICA CAPITOLO XLVII L'ONORE DELLA BANDIERA CAPITOLO XLVIII LA CENA CAMPESTRE CAPITOLO XLIX IL PARRICIDA CAPITOLO L IMBOSCATA CAPITOLO LI L'INSEGUIMENTO CAPITOLO LII LA PEREGRINAZIONE CAPITOLO LIII VENEZIA CAPITOLO LIV ROMA IN VENEZIA CAPITOLO LV IL GOVERNO RIPARATORE CAPITOLO LVI DECRETO DI MORTE CAPITOLO LVII MORTE AI PRETI CAPITOLO LVIII IL PRINCIPE T.... CAPITOLO LIX IL DUELLO CAPITOLO LX ROMA CAPITOLO LXI VENEZIA ED IL BUCCINTORO CAPITOLO LXII LA SEPOLTURA CAPITOLO LXIII IL RACCONTO CAPITOLO LXIV SEGUITO DEL RACCONTO DI MARZIO CAPITOLO XLV SEGUITO DEL RACCONTO DI MARZIO CAPITOLO LXVI SEGUITO DEL RACCONTO DI MARZIO CAPITOLO LXVII SEGUITO DEL RACCONTO DI MARZIO CAPITOLO LXVIII PREDICAZIONE DEL SOLITARIO CAPITOLO LXIX CAIROLI COI SETTANTA COMPAGNI CAPITOLO LXX CUCCHI E COMPAGNI CAPITOLO LXXI LE TRE EROINE CAPITOLO LXXII I MONTIGIANI CAPITOLO LXXIII CORRUZIONE DELLE GENTI CAPITOLO LXXIV IL ROVESCIO CAPITOLO LXXV ULTIMA CATASTROFE CAPITOLO LXXVI IL SOTTERRANEO APPENDICE GLI ULTIMI EPISODI DEI VOLONTARI FATTI ISTORICI ACQUAPENDENTE--MONTE LIBRETTI--VEROLA--MONTEROTONDO--MENTANA RIEPILOGO IL PANDEMONIO I DUE TRADIMENTI PREFAZIONE 1. Ricordare all'Italia tutti quei valorosi che lasciaron la vita sui campi di battaglia per essa. Perche' se molti sono conosciuti e forse i piu` cospicui molti tuttavia sono ignorati. A cio` mi accinsi come dovere sacro. 2. Trattenermi colla gioventu` Italiana sui fatti da lei compiuti e sul debito sacrosanto di compire il resto accennando colla coscienza del vero le turpitudini ed i tradimenti dei governi e dei preti. 3. Infine campare un po' anche col mio guadagno. Ecco i motivi che mi spinsero a farla da letterato in una lacuna lasciatami dalle circostanze in cui ho creduto meglio: far niente che far male. Ne' miei scritti quasi esclusivamente parlero` dei morti. Dei vivi meno che mi sia possibile attenendomi al vecchio adagio(1): gli uomini si giudicano bene dopo morti. (1) Proverbio detto. Stanco della realta` della vita io stesso ho creduto bene di adottare il genere romanzo storico. Di cio` che appartiene alla storia credo essere stato interprete fedele almeno quanto sia possibile d'esserlo poiche' particolarmente negli avvenimenti di guerra si sa quanto sia difficile il poterli narrare con esattezza. Circa alla parte romantica se non fosse adorna della storica in cui mi credo competente e dal merito di svelare i vizi e le nefandezze del pretismo io non avrei tediato il pubblico nel secolo in cui scrivono romanzi i Manzoni i Guerrazzi ed i Victor Hugo. GIUSEPPE GARIBALDI CAPITOLO I CLELIA Come era bella la perla del Trastevere! Le treccie brune foltissime; e gli occhi! il loro lampo colpiva come folgore chi ardiva affissarla. A sedici anni il suo portamento era maestoso come quello di una matrona antica. Oh! Raffaello in Clelia avrebbe trovato tutte le grazie dell'ideale sua fanciulla colla virile robustezza dell'omonima eroina(2) che si precipita nel Tevere per fuggire dal Campo di Porsenna. (2) La Clelia Romana del tempo di Porsenna. Oh si`! era pur bella Clelia! E chi poteva contemplarla senza sentirsi ardere nell'anima la viva fiamma che usciva dalle sue luci? Ma le Eminenze? Codeste serpi della citta` santa i cui cagnotti con ogni piu` vile arte di corruzione cercavan pascolo alle libidini dei padroni non sapevan forse che tale tesoro viveva nel recinto di Roma? Lo sapevano. E una fra l'altre agognava da qualche tempo a far sua quella bellezza che discendeva dai Vecchi Quiriti(3). (3) I trasteverini si credono pura stirpe degli antichi Romani. "Va Gianni (diceva un giorno il cardinale Procopio _factotum_ e favorito di Sua Santita`) vanne e m'acquista quella gemma a qualunque costo. Io non posso piu` vivere se la Clelia non e` mia. Essa sola puo` alleviare le mie noie e bearmi la stupida esistenza che trascino al fianco di quel vecchio imbecille"(4). (4) Pio IX (N.d.c.). E Gianni strisciando sino a terra il suo muso di volpe colla laconica risposta di "si` Eminenza" moveva senz'altro all'infame missione. Ma su Clelia vegliava Attilio suo compagno d'infanzia ventenne robusto artista il coraggioso rappresentante della gioventu` romana non della gioventu` effeminata data alle dissipazioni piegata al servaggio ma di quella da cui usciva un giorno il nerbo di quelle legioni davanti alle quali la falange macedone indietreggiava. Attilio chiamato da' compagni di studio l'Antinoo Romano(5) per la bellezza delle sue forme amava la Clelia di quell'amore per cui i rischi della vita sono giuochi il pericolo della morte una ventura. (5) Antinoo giovine di celebre bellezza favorito dell'Imperatore Adriano Nella via che dalla Lungara ascende al monte Gianicolo non lungi dalla fontana di Montorio era posta la dimora di Clelia. La sua famiglia era di artisti in marmo professione la quale permette in Roma una certa vita indipendente se pure indipendenza puo` esistere ove padroneggiano preti. Il padre di Clelia gia` prossimo alla cinquantina era uomo di costituzione robusta serbata nel suo vigore da una vita laboriosa e sobria. La madre era pure di sana complessione ma delicata. Essa aveva un cuore d'angiolo e faceva le delizie della sua famiglia non solo ma era adorata da tutti i vicini. Si diceva che Clelia accoppiava alle sembianze angeliche della mamma la robusta e maestosa dignita` del padre. Si sapeva che in quella santa famiglia tutti si adoravano. Ora intorno a questa beatitudine si aggirava il vile mandatario del prelato nella sera dell'8 febbraio 1866. Gianni si era gia` presentato sulla soglia dell'onesto discepolo di Fidia(6) che non se n'era accorto perche' si trovava con le spalle voltate; ma vedendo ch'egli avea certe braccia abbronzate e nerborute si senti` preso da un brivido tale che involontariamente indietreggio` sino all'altro lembo della via. Pareva gia` all'emissario di sentirsi piovere addosso una sfuriata di pugni o di bastonate. (6) Celeber. Se non che l'artista si rivolse verso la porta e dimostrando sulla sua fisionomia virile cert'aria di benevolenza il malandrino si senti` rinfrancare e fattosi ardito si presento` nuovamente sulla soglia dello studio. "Buona sera sor Manlio" principio` con voce di falsetto il mal capitato messo. "Buona sera" rispose l'artista; ed esaminando uno scalpello che aveva tra le mani poco badava alla presenza di un individuo ch'ei conosceva appartenere a quella numerosa schiera di servi prostituti che il prete ha sostituito in Roma alla maschia schiatta dei Quiriti. "Buona sera" ripeteva Gianni con voce sommessa e timida e vedendo che finalmente l'altro alzava gli occhi verso lui: "Sua Eminenza il cardinale Procopio--prosegui`--m'incarica di dire a V. S. che egli desidera avere due statuette di santi per adornare l'entrata del suo oratorio". "E di qual grandezza vuole S. E. le statuette?" rispose Manlio. "Io credo sia meglio che V. S. venga in palazzo per intendersi con l'E. S.". Un torcer di bocca del bravo artista fu chiaro indizio che la proposta gli andava poco a sangue ma come si puo` vivere in Roma senza dipendere dai preti? Tra le malizie gesuitiche dei tonsurati vi e` pur quella di fingersi protettori delle belle arti e cosi` hanno fatto che i maggiori ingegni d'Italia prendessero a soggetto dei loro capolavori le favole pretesche consacrandole per tal guisa al rispetto ed all'ammirazione delle moltitudini. Torcer la bocca non e` una negativa e veramente bisognava vivere e mantenere decentemente due creature la moglie e la figlia per le quali Manlio avrebbe dato la vita cento volte. "Andro`" rispose seccamente dopo qualche momento di riflessione. E Gianni con un profondo saluto si accomiato`. "Il primo passo e` fatto" mormoro` tra se' il mercurio dell'eminentissimo; "ora e` d'uopo cercare un posto di osservazione e di rifugio per Cencio". Il quale Cencio affinche` il lettore lo sappia era il subordinato di Gianni a cui il cardinale Procopio affidava la seconda parte in cosi` fatte imprese. Gianni si affaccendava ora a trovare per Cencio una stanza qualsiasi d'affitto in vista dello studio di Manlio. Il che gli venne fatto facilmente. In quella parte della capitale del mondo l'affluenza delle genti non e` mai strabocchevole poiche' i preti che curano tanto per se' il bene materiale non pensano rispetto agli altri che al bene spirituale. Ora il secolo e` un po' positivo bada al tanto per cento piu` che alla gloria del paradiso ed e` per questo che Roma per mancanza d'industria e commerci rimane squallida e scarsa d'abitatori(7) (7) Roma ch'ebbe in passato due milioni di abitanti ne conta ora appena 210 mila. Gianni adunque dopo di avere preso a fitto una stanza come dicemmo se ne tornava a casa cantarellando e colla coscienza tutt'altro che aggravata sicuro com'era dell'assoluzione che i preti non negano mai alle ribalderie commesse in servizio loro. CAPITOLO II ATTILIO Di faccia allo studio di Manlio ve n'era un altro quello dove lavorava Attilio. Dalle sue finestre questi aveva potuto vedere la Clelia; appunto cosi` s'era acceso per lei di altissimo affetto. Clelia vinceva di belta` le piu` leggiadre donzelle di Roma e forse era altera e non vaga di amori ma quando occhio di donna s'era fiso per una volta sola nell'occhio del nostro Attilio ed aveva osservato la sua bella persona per duro e cinto di triplice acciaio che fosse il cuore di lei doveva commuoversi di ammirazione e di simpatia. Un lampo dell'occhio scambiatosi da que' due era bastato a fissare il loro destino per tutta la vita. Ora Attilio avendo il suo santuario davanti allo studio ov'egli passava quasi intera la giornata molte volte fissava lo sguardo ad una finestra del primo piano ove Clelia lavorava colla madre e donde la luce elettrica dell'occhio suo incontravasi quasi di concerto con quella del suo prediletto. Attilio quella sera aveva osservato il barcheggiare dello scherano lo aveva riconosciuto per manutengolo di qualche pezzo grosso e l'occhio suo penetrante dallo indietreggiare dalla titubanza e dall'irresoluto contegno di lui istintivamente aveva augurato(8) male per la sorte della bella fanciulla. Imperocche' i pochi eletti della popolazione romana sanno cio` che si possa aspettare dai settantadue(9) tanto piu` corrotti e lascivi quanto piu` son ricchi e potenti non mirano alla bellezza ed all'innocenza che per profanarle. (8) Preveduto (N.d.C.) (9) I 72 Cardinali son chiamati cosi dal popolo di Roma Non aveva Gianni fatto ancora cento passi all'ingiu` verso la Lungara che il nostro amico gia` si trovava sulle sue peste seguendolo con aria sbadata come chi nulla avendo da fare si ferma a contemplare tutte le curosita` che scopre sul davanti delle botteghe e sui frontespizi dei templi e dei monumenti di cui ad ogni passo e` ornata la meravigliosa metropoli del mondo. E lo seguiva Attilio col presentimento di seguire un ribaldo uno stromento d'infamia la cui meta fosse quella di rovinare la sua donna. Lo seguiva Attilio tastando il manico di un pugnale che teneva nascosto in seno. Vedi presentimento! L'aspetto di uno sconosciuto veduto per la prima volta e per un solo istante di uno sconosciuto volgare aveva svegliato in quell'anima di fuoco una sete di sangue in cui si sarebbe bagnato con volutta` da cannibale. E ritastava il pugnale: arma proibita arma italiana che lo straniero condanna come se la baionetta o la scimitarra bagnate da lui tante volte nel sangue innocente siano armi piu` nobili d'un pugnale immerso nel petto d'un assassino o confitto in quello d'un tiranno. Gianni fu veduto da Attilio entrare nella casa ov'egli contrattava la stanza per Cencio e quindi fu visto avviarsi e penetrare nel vestibolo del superbo palazzo Corsini ove abitava il suo padrone. "E` dunque Don Procopio l'uomo" disse tra se il nostro eroe Don Procopio il favorito ed il piu` dissoluto della caterva dei masnadieri principi di Roma; e ando` innanzi immerso nelle sue riflessioni. CAPITOLO III LA CONGIURA Privilegio dello schiavo e` la congiura e pochi sono gli italiani di tutte le epoche del servaggio del loro paese i quali non abbiano congiurato. E poiche' il dispotismo dei preti e` il piu` esoso di tutti il piu` degradante ed infame si puo` tenere per certo che il cospirar dei Romani dati dal dominio di questi impostori. La notte dell'8 febbraio era in Roma notte di congiura. Convegno il Colosseo; percio` Attilio dopo aver pedinato quel messo di delitti che si chiamava il Gianni anzi che avviarsi alla sua casa prese la via di Campo Vaccino(10). (10) Antico foro Romano. Che trasformazione d'un nome si` glorioso! Era oscura la notte e nuvoloni neri neri si addensavano sulla citta` santa spinti da violento scirocco: il mendico di Roma avvolto nel suo mantello cencioso cerca ripararsi in qualche aristocratico portone o sotto il peristilio di qualche chiesa; il prete servito dall'inseparabile Perpetua sta invece rifocillandosi a lauta mensa e si prepara a delizioso riposo di vivande ripieno e di vini prelibati. La` nel fondo dell'antico Foro sorge il maestoso gigante delle ruine tetro imponente segnando a questa generazione di schiavi cento passate generazioni e ricordando ai Romani che la loro Roma sconquassata dal tempo e dalla vendetta delle gia` oppresse nazioni crollo` non cadde. Lo straniero suole visitare il Colosseo a lume di luna. Ma bisogna vederlo in una oscura notte di tempesta illuminato dal lampo scosso dalla folgore e pieno di cupi e strani rimbombi. Tale era la notte dell'8 febbraio quando i congiurati ad uno ad uno per diverse vie si avvicinavano all'anfiteatro dei gladiatori e delle fiere avvolti in ampi mantelli che nella luce incerta parevano toghe. E` privilegio oggi de' mendichi soltanto quello di andare per le vie di Roma coperti dal tradizionale mantello in guisa da parere togati; e forse non pochi mendichi v'erano tra que' generosi perche' sulla terra dei Bruti spesso si nasconde sotto cenci l'animo virile di un gladiatore pronto a gittare la sua vita nell'arena ove si contende la liberazione de' popoli. Tra le mille loggie ove soleva adunarsi il popolo-re ve ne eran varie piu` spaziose delle altre forse in antico destinate agli imperanti alla corte ai grandi. Il tempo le avea ridotte ad una sola. Non seggioloni non arazzi adornavano il recinto. (E che importavano gli adornamenti a coloro che s'eran sacrati alla morte?). Le macerie eran per loro pareti tribune sedili. Al fioco lume di una lanterna sorda di cui eran muniti i congiurati si vedevano ascendere per diverse vie quei coraggiosi propugnatori della liberta` romana e giunti nel loggione (tale era il nome dato da loro al recinto) ognuno vi prendeva posto senz'altra cerimonia che una stretta di mano tra i vicini poiche' tutti eran conoscenti ed amici. Quando quasi tutti furono al loro posto una voce sonora si udi` nel recinto che grido`: "Le sentinelle sono a posto?" Un'altra voce dall'altro estremo rispose: "A posto". Allora il lume di una torcia accanto alla prima voce illumino` centinaia di fisonomie simpatiche di ...
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