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NANA A MILANO NANA A MILANO CLETTO ARRIGHI ______ EDIZIONE PRIMA ____ MILANO 1880 ENTRATURA Gli svegliarini critici dei nostri giorni sono tanto scorbellati che se l'autore d'un libro non ha la precauzione di spiegarsi un poco su cio che ha inteso di dire e di fare va a rischio di sentirsene a dir delle belle. Per prima questione s'affaccia quella della scuola o del genere. Che ormai le panzane romantiche "fra il didascalico e il rompiscatole" a situazioni in sospeso a caratteri tirati a pomice e a personaggi tirati pe' capegli siano andate giu di moda e non piacciano piu neppure ai ragazzi non ci sara forse a negarlo altro barbassoro fuorche un professore famoso per un certo suo _grido_. Dunque se voi signori che state per leggere siete di quelli che nei racconti dei fatti contemporanei amano i _babau_ della sospensione romantica e si compiacciono di non tirare il fiato se non dopo d'essersi bene assicurati che il fratello del figlio del nipote della cognata del protagonista e appunto il padre dello zio del genero del cugino dell'eroina e vogliono che l'intreccio incominci si complichi e si sciolga col finale trionfo di tutte quante le virtu e col suo bravo castigo di tutte quante le colpe se voi dico avete di queste fisime felice notte. Oggidi mi duole il dirlo tutto va a rovescio di quella conclusione giacche le virtu che trionfano e le colpe che si castigano sono cose lasciate tutte all'altro mondo. Dunque _realismo_! E realismo vuol dire verita vuol dire ricerca di cio che veramente succede sia pur doloroso e brutto; vivisezione fisiologia palpitante studia della vita quale essa si mostra senza rispetti umani e senza reticenze. Chi scrive _Nana a Milano_ ormai non ammette in arte che il realismo; giacche egli segue il suo tempo e nelle cose dell'oggi vede appunto la inesorabile verita che fattasi iconoclasta abbatte dovunque le imagini della finzione romantica: il cattolicismo e distrutto dal libero pensiero la bibbia e annientata dalla scienza la filosofia e sconfitta del positivismo la pittura dalla fotografia la scultura dalla galvanoplastica la musica dall'aritmetica. Vedete persino sul palcoscenico le illusioni che bastavano ai nonni come cedono il posto ai simulacri della realta: ai gabinetti e ai salotti dipinti a prospettive ed a scorci si sostituirono dei gabinetti e dei salotti reali per mezzo delle scene parapettate; alle cascate d'acqua fatte una volta di tela d'argento girante sul rotolo si sostituisce l'acqua vera cadente dall'alto e spruzzante le gambe delle ballerine... che magari non sono _reali_ del tutto! Se non che e noto che ci sono due modi molto diversi di fare del realismo: c'e il realismo decente e c'e l'indecente. C'e il realismo decente nella forma indecente nella sostanza e c'e il realismo decente tanto nell'una che nell'altra. Tutta quanta la morale femminile della nostra societa frolla e senza convinzioni molto fisse risiede ormai nella decenza. In questa parola sta appunto anche l'avvenire della nuova scuola naturalista tanto osteggiata da chi non l'ha ancora capita e tanto compromessa da chi nella forma non ha saputo trovare il giusto mezzo fra la verita nuda e cruda e la desiderata decenza. Le trivialita le bassezze le turpitudini le laidezze e le miserie umane--le quali in passato furono lasciate indietro da tutti i romantici come cose da non svelarsi--devono essere portate in pubblico chiarite discusse sviscerate una buona volta perche servano di leva al rimedio di ammaestramento agli ingenui di castigo e di flagello ai viziosi. Tutto sta dunque a saperle svelare con decenza. Emilio Zola che e pur sempre decente _nella forma_ ci presento in Nana una donna che _nella sostanza_ non lo poteva essere del certo. Puttana sbracata rotta ad ogni turpitudine in un ambiente di cinismo e di depravazione per conservarsi vera e reale doveva riuscire per forza molto indecente. Ora se partita da Parigi e capitata per caso a Milano sullo scorcio del 1869 la Nana di Zola si fosse conservata tale e quale ce l'ha presentata il romanziere francese io dal canto mio non avrei fatta certamente la fatica di ricominciarne la storia da lui lasciata a quel punto in sospeso. Non l'avrei fatto ancorche avessi potuto pensare che per quanto essa fosse rimasta la stessa sgualdrina pure le differenze di ambiente di influssi di contorni di conoscenze dovevano dar luogo ad altrettante differenze di linee di tinte di chiaroscuri e di avvenimenti. Ma Nana giunta a Milano non era piu ne poteva essere piu la stessa donna ch'ella era a Parigi. Io l'ho conosciuta nei pochi mesi che stette nella mia citta l'ho studiata e ho trovato che il mutamento avvenuto in lei era cosa degnissima di studio attento e profondo e che il mondo milanese che s'aggirava intorno a lei sarebbe stato un vero peccato mortale se lo si fosse trascurato e non si fosse pensato da alcuno a portarlo innanzi ai lettori fotografato e caldo in una fisiologia di costumi contemporanei. Quella _cocotte_ francese sfinge non egiziana metteva tanta suddizione e pur tanta concupiscenza nel cuore di certi nostri giovani i quali colle dame e colle crestaie concittadine si mostravano audacissimi e ha dato una tinta cosi speciale ai fatti; della vita milanese e ai caratteri delle persone colle quali ebbe a che fare nei pochi mesi di sua residenza che bisognerebbe essere proprio un balordo per non cavarne un libro interessante. In quanto a lei chi avrebbe detto che nel nuovo ambiente milanese dovesse apparire assai diversa da quello che ce l'ha descritta e tramandata lo Zola! Nessuna donna forse ebbe piu di Nana le doti che si attribuiscono al camaleonte; nessuna piu di lei sapeva trasmutarsi da un giorno all'altro e da abbietta cortigiana diventar magari una signora rispettata e superba. Ed ecco perche a me e venuto il grillo di ripigliar da Zola istesso questa donna stranissima che riusci a miei occhi un tipo unico di figlia di Eva del nostro tempo un problema di isterismo a freddo una personificazione dello spirito scacciapensieri una sintesi di puttanesimo rapace un'epopea: di calcolato disinteresse un campo aperto di capricci di estri di fantasie di voglie di brame di vanita di ambizioni di vaneggiamenti di simpatie di antipatie di libidini di freddezze di affetti di passioni in continua contraddizione con se stessi; anzi in continua ribellione fra loro un tipo di avarizia un mostro di prodigalita un ecatombe di _toilettes_ un entusiasta del risparmiare un apoteosi di poltroneria un prodigio di attivita un iperbole di egoismo un miracolo di buon cuore una iena pazza di ferocia un'incapace di veder soffrire una formica una capace di ripetere con Brillat Savarin che in una tal salsa avrebbe mangiato volentieri suo padre! Un ultimo avvertimento perche io bramo sopratutto di essere sincero. Qualche lettore in questo mio nuovo studio della vita milanese contemporanea trovera delle scene che non gli giungeranno sconosciute. Un episodio infatti di _Nana a Milano_ mi servi gia a scrivere una commedia che ebbe lieto successo sul teatro milanese. Alcuni altri frammenti io pubblicai prima d'ora in qualche giornale italiano e non riusciranno nuovissimi a chi per caso li avesse gia letti in que' periodici. Io non saprei dir a questi signori se non che oggi li ritroveranno se non foss'altro sotto la loro vera luce e al loro posto preciso. Chi poi credesse di trovare in questo libro un dramma giudiziario _con simulazione di parto_ che levo rumore grandissimo in questi giorni si pulisca la bocca. CLETTO ARRIGHI. Milano 20 giugno 1880. I. Nell'ottobre del 1866 moriva in Milano di pneumonite il vedovo conte Guglielmo O'Stiary dopo una fiera malattia di cinque giorni. Lasciava un milione al suo unico figlio Enrico di passa vent'anni col patto espresso nel testamento ch'egli non potesse andar in possesso assoluto e dispotico della sostanza se non compiuti i ventiquattro come portava la legge cho vigeva al tempo degli Austriaci. In caso che l'erede avesse voluto fare opposizione al testamento il severo babbo lo privava di tutto e sostituiva nella eredita: _il Sacro Cuore di Gesu_. I titoli per diseredare suo figlio Enrico secondo lui non mancavano. Egli era fuggito dal collegio dei Barnabiti adolescente ancora per correre a combattere gli Austriaci con Garibaldi. Egli si mostrava irreligioso e liberale. Egli sarebbe riuscito senza alcun dubbio prodigo e dissoluto. Il conte Guglielmo O'Stiary discendeva da una famiglia irlandese molto cattolica stabilitasi a Milano nel secolo decimosesto. Enrico O'Stiary ricevette la notizia della malattia mortale del babbo quando questi era gia spirato. La campagna contro gli Austriaci era finita. Chiese ed ottenne il congedo e parti sperando di rivedere ancor vivo l'autore de' suoi giorni che egli amava in cuor suo di grande e profondo affetto malgrado la di lui severita piuttosto unica che rara. Quando giunse a Milano trovo che suo padre era gia stato seppellito da una settimana. E intanto l'esecutore testamentario don Ignazio Martelli di lui zio materno aveva gia pensato in fretta ed in furia a praticare certe operazioni e certe riduzioni nell'appartamento nella cucina e nella scuderia dalle quali si riprometteva di aumentare il reddito del pupillo di una mezza dozzina di mille lire all'anno. Il conte padre anche dopo la morte della contessa sua moglie e la partenza di Enrico per il collegio non aveva mutati d'un pelo l'ordine e l'ampiezza dell'aristocratica magione. Ma ora? Che cosa avrebbe dovuto farne l'Enrico di sedici stanze? "Troppa grazia a sant'Antonio!" Fece dunque appiccar all'imposta del portone il suo bravo cartello col _da affittarsi al presente_ e dopo sei ore ebbe il piacere di vedere come disse lui _bruciato via_ l'appartamento e invaso da stranieri. La creatura che si dava maggiore affanno in palazzo era la guardarobiera: una vecchia che chiamavano _la balia_ che aveva allattato il conte Guglielmo e portato in braccio il contino. Oh il suo non era certo _l'affacendato ozio_ dei _Ritratti Umani!_ Con che amore la buona donna mise in ordine il quartierino che il tutore spilorcio aveva lasciato al di lei caro Enrico! Con che cura gli preparo la biancheria e fece rimetterle cortine alle finestre e gli forni dell'occorrente la teletta e dispose qua e la nelle camere dei fiori appena colti. --Le pare marchese ch'egli sia alloggiato come un principino?--disse la signora Eugenia Martelli al marchese d'Arco uscendo insieme dalle stanze destinate al giovine ereditiero.--Per dire la verita queste sono le camere migliori del vecchio appartamento. Che ne dici tu Elisa? La Elisa una fanciulla di poco piu che quindici anni una rosa thea appena sbucciata una bellezzina molto _distinta_ con occhioni e denti da sbalordire rispose con una piccola smorfia un _umh!_ che voleva come dire "per l'Enrico ci sarebbe voluto ben di piu!" --Io sono certo pero--disse il marchese d'Arco--che l'Enrico avra gran dispiacere di vedere affittate cosi subito e a della gente ignota le camere dove tien raccolte le memorie della sua infanzia.... --Se sapesse quante volte ho detto anch'io questa cosa a mio marito! Non e vero Elisa? --Si certo; ma il babbo non vedeva che la necessita di cavare di piu dal palazzo. --La casa de' suoi maggiori--riprese con grande nobilta il marchese d'Arco--va tenuta da conto e il lasciarla invadere dal primo che capita e un mancarle di riguardo. --Che vuole marchese? Lei sa bene che mio marito non le ha mai capite certe delicatezze. --Come!--domando questa volta ingenuamente l'Elisa.--Il babbo non ha mai capite le delicatezze? --Zitta Elisa--disse la madre stringendo nel suo il braccio di sua figlia. Poi di nuovo al marchese: --Del resto l'Enrico sara come si dice in famiglia. Tra il suo quartierino il nostro non c'e di mezzo che l'anticamera e questa sala in comune. --E noi per far tutto questo tramestio--disse la Elisa mostrando un gran dispiacere nella voce--abbiam dovuto cambiare alloggio anche noi e andare verso il giardino. --Povera ragazza guarda mo--fece ridendo il marchese d'Arco--dover cambiare alloggio! --E non abbiamo tenuta neppur una straccia di finestra verso strada. --Ah capisco ora! Neppur una straccia di finestra verso strada! --Stare sul Corso e non poter andare al balcone la mi concedera marchese che e una condanna.... Io non ho che il giardino da vedere. --Ma il giardino ha anch'esso i suoi meriti! replico il marchese sorridendo.--Questa primavera vedrai a sbucciar i fiori a spuntar l'erba a fiorire i tulipani. --E vero--sclamo la Elisa--ma a me sarebbe piaciuto di piu il poter vedere fiorir le rose in giardino.... --E spuntar i tulipani sul Corso?--domando ridendo il marchese. E quasi per farsi perdonare la facezia un po' ardita soggiunse subito: --Basta! Non vedo l'ora di abbracciarlo quel caro ragazzo! --Oh marchese!--sclamo la fanciulla.--Ora non e piu tanto un ragazzo. Ha quasi ventun anni ora. Cinque piu di me. --E vero! Sono tre anni ormai ch'io non lo vedo piu. --E che ne dice marchese di quel barocco d'un testamento di suo padre?--domando la signora Martelli. --Che vuole mai che le dica cara signora? Quel povero conte Guglielmo era fatto cosi. Una testa debole che non calcolava mai gli effetti delle sue azioni; pur di assecondare i moti dell'animo dispotico e pieno di ghiribizzi egli non badava a nulla. --Ah lei lo deve sapere che fu tanto amico della povera contessa! Il marchese mise un sospiro e quasi per stornar l'attenzione da quella frase ripiglio: --A che ora crede lei che potra arrivare l'Enrico? --Io dico che sta per arrivare fra mezz'ora--sclamo la fanciulla.--Lo sento qui!--E poso la destra sul cuore. --Ma zitto Elisa! --La lasci dire. E cosi bella l'ingenuita a quindici anni. --E quattro mesi!--sclamo la Elisa. --Oh ma non la creda poi tanto ingenua sa?--fece ridendo la madre.--E un capetto mah! --Senti Elisa? Tua madre dice che sei un capetto.... mah! --Miracolo che questa volta non abbia aggiunto anche l'ameno! Il marchese rideva. --Dunque io ripassero stasera--soggiunse egli--e se l'Enrico arrivasse prima gli dica di venir subito da me a farsi vedere. _Sans adieux_. E tu Elisa ricordati di voler un po' di bene anche a questo povero vecchio che te ne vuol tanto! --Oh anch'io anch'io caro marchese--rispose con espansione sincera la fanciulla. --Ora andiamo a vestirci subito--disse la madre quando il d'Arco fu uscito--che non abbiamo tempo da perdere se non vogliamo salare la messa. * * * * * La Elisa era un capetto davvero. Un tipo di fanciulla piu simpatica piu piccante piu piacente di lei non lo si potrebbe imaginare facilmente. Dove diamine la signora Eugenia ed il notaio Martelli fossero andati a pescar tanto spirito per dare vita a quella loro creatura e un mistero! La signora Eugenia era infatti una eccellente madre una buonissima donnetta una moglie irriprovevole ma sgraziatamente peccava assai nel fisico; quanto al padre era sgraziato nel fisico e nel morale. La Elisa appariva come la perfetta antitesi de' suoi genitori. Sua madre era piuttosto piccola e tozza Elisa era slanciata e svelta come un giunco odorato. Sua madre era scarsa d'ingegno; sua figlia un genietto. Suo padre era taccagno e di idee ristrette; la Elisa era una socialista spiegata senza sapere di esserlo. Forse di lei s'avrebbe potuto dire come della maggior parte dei figli unici ch'era un _enfant gate_. La mamma le aveva sempre voluto troppo bene le aveva fatte buone le innumerevoli fantasie l'aveva sempre accontentata in ogni capriccio e baciucchiata troppo. Ma le madri che amano assai non ci sentono da questo orecchio. Quanto non si e detto contro il soverchio amore di certe madri? Ai fanciulli esse parlano incessantemente e quasi esclusivamente del bel musino del bel vestitino delle belle scarpette e li baciano tutto il santo giorno con tali frenesie di tenerezza che spesso i bimbi ne scoppiano in pianto. Cari e santi baci quei delle madri! Ma non pensano desse che a lungo andare anche quei baci riescono fatali giacche stimolando senza posa nei bimbi la delicata innervazione sviluppano in essi una per quanto inavvertita troppo precoce sensualita. Amorevole ma fatale stupro materno che gia rende colpevole l'adolescenza prima che essa abbia cessato di esser innocente! Le madri romane si guardavano bene dall'insegnare la volutta del bacio alle loro figliuoline. E quando alcuno lodava la bellezza d'una loro figlia in faccia a lei stessa quelle madri nobilissime usavano di metter la punta del dito medio sulla lingua e di toccar con quella la guancia dell'adulata quasi a purgarla col materno amore da un maleficio straniero. La Elisa aveva tra le altre cose una voce che agiva voluttuosamente sulla corda sensibile dell'udito. Nessuno ha mai ascoltato le arpe eolie ma chi ha sentita la voce di Elisa Martelli giura che non la cambierebbe con quella di un'arpa eolia. E il sorriso? S'ha un bel dire ma dinanzi al realismo della bellezza e della gioventu restano eterne e immutabili anche le ispirazioni romantiche alle quali fummo allevati. Elisa quando rideva rideva tutta come disse il Dossi e s'avrebbe detto che facesse una luce maggiore intorno a se giacche il di lei sorriso alleandosi al nitor dei denti e lampeggiando nelle pozzette delle guancie e raggiando fuori collo splendor degli occhi pareva davvero la circondasse di una gioiosa aureola che e luce appunto e delle piu lucenti! Queste doti gia s'intende preziose per tutti erano difetti per quella lesina di suo padre. Egli avrebbe amato tanto una figlia belloccia si... non dico! ma che avesse avuto il suo quietismo nel sangue che andasse in cucina a sorvegliar la cuoca che facesse tutti i rimendi alla biancheria e rivedesse i libretti della spesa. Ma non c'era verso e la mamma su questo la difendeva a spada tratta e qualche volta la si permetteva di ricordare al marito una certa loro speranza sorta si puo dire il giorno stesso della nascita della bambina e nutrita religiosamente in famiglia: --Pensa poi che la Elisa deve essere contessa e milionaria! Era la frase sacramentale che metteva ogni pace e ogni buon umore in quella casa. * * * * * Il contino arrivo come aveva presentito la Elisa mezz'ora dopo mentre le donne erano a messa. Monto quattro a quattro i gradini dello scalone che non aveva riveduto da circa tre anni e tiro il campanello all'uscio di casa sua. Il servitore che venne ad aprirgli non lo conosceva punto. --Chi cerca di grazia il signore? --Il notaio Martelli e in casa?--domando Enrico con un mesto sorriso. --No signore--rispose l'altro--il signor cavaliere Martelli e uscito. Enrico si fece conoscere. Entro ando difilato alla camera dove era morto suo padre e vi si rinchiuse. Poi mezz'ora dopo cogli occhi rossi di pianto si fece portar nascosto in una carrozza al cimitero per visitare il luogo dov'era stato sepolto. Di ritorno a casa Enrico trovo il notaio Martelli suo tutore che lo aspettava per abbracciarlo. ...
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